Isola di Concordia

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Sestino Macaro

Notizie sull'opera

Origine e riadattamento didattico

 

L'Isola di Concordia è una fiaba musicale composta dal M° Sestino Macaro, su testi di Elisabetta Fortini (© 2005, Sestino Macaro). Scritta per coro, pianoforte e strumenti ritmici, coinvolge i bambini e le bambine attraverso l'impiego di diversi linguaggi (musica e teatro). Con le classi quarta e quinta di San Pietro V. L. abbiamo coinvolto anche l'arte grafica e la multimedialità, nel creare proiezioni video in sincronia con la musica (montaggio a cura dell'insegnante Maria Grazia Di Gangi). Per la realizzazione dello spettacolo, le musiche al pianoforte sono state pre-registrate dalla prof.ssa Cristina Gros, mentre la voce narrante è stata realizzata dall'insegnante Laura Lacroce e dalle alunne Martina e Gaia. Gli interventi con gli strumenti ritmici sono stati reinventati dai bambini nel corso dell'anno.

Se siete interessati a conoscere altre opere dell'autore,
vi invitiamo a visitare il sito dedicato
www.sestinomacaro.com

 

 

Il racconto

Il Racconto

Riadattamento del testo teatrale di
Elisabetta Fortini



Prologo
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C’era una volta, tra le agitate acque dell’oceano Tagliacuore, una piccola isola chiamata Discordia: un luogo non tanto difficile da raggiungere quanto da lasciare.
L’isola di Discordia, assai particolare, era per lo più abitata da gente sempre stanca o triste. Su questa strana isola, la legge imponeva alle persone d’essere scontente e litigiose, e i giudici erano così severi che anche soltanto per una risata si finiva con l’essere messo al bando oppure rinchiuso in una brutta prigione. Se per caso qualcuno iniziava a sentirsi bene, allora era immediatamente obbligato a frequentare un corso severissimo di rieducazione alla tristezza!

[...]
A parte il divieto assoluto di essere allegri, una cosa era assolutamente proibita a Discordia: desiderare di abbandonare l’isola.
Nel paese di Discordia vivevano dei bambini che andavano a scuola, ma… attenzione! Come gli adulti, dovevano rispettare le leggi della tristezza, e chi non aveva ancora imparato a vedere il lato negativo di tutte le cose e a lamentarsene otteneva dei bruttissimi voti ed era sempre bocciato.

Gli allievi peggiori della scuola di Discordia erano quattro fratellini di nome Poetino, Tutù, Quartina e Alambicco. Essendo stati bocciati più volte si trovavano a frequentare contemporaneamente la stessa classe, pur avendo età diverse.

Poetino
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Poetino, il più piccolo dei quattro fratelli, era un vero sognatore ed amava esprimere i suoi pensieri mettendoli in poesia.

tutù
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Tutù, la più piccola delle due sorelle, era un’abile ballerina e quando la tristezza la assaliva era capace di ballare senza interruzione per un giorno intero.

Quartina
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Quartina, che appena uscita dalla pancia della mamma aveva cantato quattro note, era dotata di uno spiccato talento musicale e il suo più gran desiderio era diventare una famosa pianista.

Alambicco
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Alambicco, il più grande e terribile dei quattro fratellini, aveva il pallino dell’inventore e passava tutto il giorno tra provette e formule chimiche, facendo strani miscugli che ogni tanto, ahimé, esplodevano.

Intervista alla quarta
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Un giorno, come tanti, la maestra entrò in classe salutando: ”Brutto giorno, bambini!” “Brutto giorno a lei signora maestra!”
“Allora, vediamo un po’. Per oggi c’erano da studiare tre bei capitoli: quelli sul tema della vecchiaia, della malattia e della disoccupazione."
“Beeello!” esclamarono i bambini.
“Sono temi molto divertenti!” ribadì la maestra. “ Molto divertenti!” ripeterono i bambini a mo' di pappagallo.
[...]
"Facciamo qualche domandina sull’ultimo tema assegnato per oggi: la disoccupazione. Allora, vediamo chi di voi mi risponderà prontamente... Come deve comportarsi e cosa deve fare la società verso un disoccupato?"
Cleoponto alzò la mano per primo. E la maestra: “Cleoponto! Il nostro tesoro! Come sta tuo padre, il signor Sindaco?”
“Abbastanza male, grazie!” rispose lui.
“Bene, sono felice per lui! Allora, dimmi!”
“Ecco, quando qualcuno perde il lavoro bisogna accusarlo di essere la causa dei suoi guai! La società deve fare in modo che il disoccupato non veda vie d’uscita al suo problema, e nessuno deve offrire nuove opportunità di lavoro a chi ne ha già avuto uno.”
La maestra si complimentò e si rivolse alla “simpatica” e “fantasiosa” Quartina.
“Grazie maestra! Io penso che anche se la società condanna un disoccupato sicuramente la sua famiglia non lo farà.”
Tutù: “Sì! Tutte le persone che gli vogliono bene lo sosterranno moralmente e, se occorre, anche economicamente finché le cose non si saranno aggiustate.”
Alambicco: “Inoltre, perdere un lavoro può essere, per paradosso, una occasione per scoprirne un altro…”
Poetino: “ … per ravvivare la nostra fantasia, la nostra creatività e tutte quelle potenzialità che il vecchio lavoro aveva ignorato.”
La maestra sbottò: “CEEERTO! Manca soltanto che la città faccia una festa per tutti i disoccupati e poi siamo a posto! Ma cosa accidenti avete nella testa, voi quattro? In ogni caso non finirà qua! Questa situazione è insostenibile! Basta, basta, basta! La città di Discordia non può accettare che i suoi cittadini dipingano il mondo di rosa! Voi siete di cattivo esempio per tutti quanti, quindi, cari i miei somari, oggi stesso invierò alla questura la richiesta per far togliere ai vostri genitori la patria potestà: sarete portati via dalla vostra famiglia e allontanati l’uno dall’altro così che questa nefasta positività smetta di contagiarvi!” E così fu.

Da quel malaugurato giorno passò quasi un anno e l’unica occasione che i quattro fratellini ebbero a disposizione per rivedersi tra loro e con i genitori fu il giorno in cui sull’Isola si celebrava la nascita di Discordia.
[...]
In mezzo alla folla si trovano i quattro fratellini e i loro genitori.
Il papà: “Oh, figli miei, che piacere essere di nuovo tutti riuniti!” Si abbracciano tutti, gli uni con gli altri.
Alambicco: “Mamma, la famiglia dove vivo è tristissima e stanno sempre tutti a lagnarsi!” Quartina: “A me hanno impedito di studiare il pianoforte perché dicono che, facendo quello che mi piace, mi ammalo e non imparo le cose brutte della vita.”
Tutù: “Anche io non posso più danzare! Hanno fatto sparire le mie scarpette.”
Poetino: “Dove vivo io non esistono libri di poesia neanche a pagarli oro!”
La mamma disse: “Non vi preoccupate bambini! Noi oggi fuggiremo via da qua! Voi tenete pronta la vostra valigia e restate uniti: quando arriverà il momento ci nasconderemo dentro la stiva della grande nave ormeggiata al porto…
E il papà precisò: “… e finalmente inizierà una nuova vita per tutti noi!”
[...]
Dopo molti giorni di navigazione la nave giunse in un mare calmo, detto “mare di Bellincuore”. Al centro di questo mare c’era una piccola isola chiamata Concordia e fu lì che dalla nave sbarcò la famigliola di fuggiaschi.

Litigio
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Sull’isola di Concordia la vita procedeva diversamente rispetto a quella di Discordia; la legge chiedeva a tutti i cittadini di impegnarsi, ognuno per conto proprio, a scoprire come essere felici.
[...]
A causa di una stupidaggine però i quattro fratelli si misero a litigare: fra i loro schiamazzi e dispetti, gli abitanti di Concordia li guardavano con preoccupazione e qualcuno stava già pensando di rispedirli indietro, visto che l’isola di Discordia sembrava essere il posto più adatto per loro.

Intervista quinta
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A quel punto, quando i fratellini si resero conto che avrebbero rischiato di perdersi di nuovo e di non rivedersi mai più, furono assaliti da un unico desiderio: scoprire quale fosse il modo migliore per non essere più scontenti e tristi. Si misero intorno ad un tavolino e iniziarono a confrontare le proprie idee e i propri desideri sperando di trovare un modo per andare d'accordo, pur avendo carattere, personalità ed interessi molto diversi l'uno dall'altro.
[...]
Poetino e Alambicco, battendosi un cinque, esclamarono: “Forse abbiamo capito! Per essere uniti e volersi bene non è necessario essere uguali! Dobbiamo solo imparare ad apprezzare la ricchezza che si cela dietro le nostre diversità e fidarci gli uni degli altri!”
Quartina e Tutù: “Allora, uniamo le nostre diversità!”
A quel punto sopraggiunsero la mamma e il papà che chiesero ai figli se avessero trovato una soluzione. I figli confermarono quanto avevano concluso dal loro confronto e cioè che non è importante essere uguali per riuscire ad andare d’accordo, ma ciò che conta è unire le proprie volontà.

[...]
Fu così che in un bellissimo giorno addolcito dal sole, il paese intero di Concordia si riversò per le strade, e tra sorrisi e canti organizzò una grande festa in onore dei quattro fratellini. Sulla porta principale del paese fu affissa, in memoria di quella giornata, una grande targa che diceva: “La concordia è l’unione delle volontà, non delle opinioni!”

Alfabetizzazione emotiva

Alfabetizzazione
emotiva

Percorsi trasversali effettuati

Durante l'anno 2010/11 il progetto si è sviluppato attraverso le emozioni, scelta determinata anche dal fatto che la società contemporanea impone un'attenzione sempre maggiore alle difficoltà comportamentali e ai disagi emotivi delle nuove generazioni (basti pensare a problematiche quali demotivazione, aggressività, incapacità di accettare le regole, ansia...).
Attraverso la pratica di diversi linguaggi (espressione corporea, teatralità, mmiusica, arte), noi insegnanti abbiamo cercato di aiutare gli allievi a riconoscere le proprie emozioni e a divenire consapevoli delle sensazioni che si provano in presenza di un disagio emotivo. Li abbiamo guidati, poi, nel rendersi conto che le loro emozioni sono strettamente condizionate dai sistemi di pensiero e dai valori di riferimento di ciascuno, con lo scopo di potenziare la capacità di gestire le situazioni difficili e di reagire ad esse in modo flessibile e propositivo.

 

Laboratorio teatrale "Luna Argentina"

Parlano i bambini:

CARLOTTA
Dovevamo esprimere le emozioni che provavamo: di solitudine, di tristezza, di felicità, di gioia, di paura, di timore... io ho rappresentato: "La neve e l'arrivo del Natale". Ho portato una foto di quando ha nevicato tantissimo in montagna; però per dare spiegazione non bisognava parlare, né cantare, né fare un mimo, ma dovevano esprimerci con dei suoni. Io ho fatto, SPLASH - SPLASH perché mi ricorda il rumore della neve quando la si calpesta. Ma non in senso di tristezza ma di felicità e gioia; perché mi ricorda quando sono con la mia famiglia in vacanza a sciare, lo stare sempre insieme , perché i miei genitori lavorano tanto e stanno poco con noi, ma quest'anno la mamma si impegna molto per venirci a prendere a scuola e a noi fa molto piacere!

GAIA
Per fare questo laboratorio bisognava portare da casa un oggetto che suscitava in noi delle emozioni ed io ho portato la mia scimmietta Thomas di peluche. In realtà tutti i miei animali di peluche mi suscitano emozioni, ma ho scelto Thomas perché è l'ultimo che ho comprato. Visto che ci tengo davvero tanto a Thomas e non volevo farlo arrivare impreparato a scuola, ho costruito dei quaderni per lui e ho fatto una cartella come la mia. Il laboratorio consisteva nel presentare gli oggetti che avevamo portato, anche se alcuni avevano portato foto o disegni che non servivano per quello che voleva fare Chiara. Ognuno di noi doveva emettere a turno, un suono con la voce, poi dovevamo indovinare il suo significato: il mio suono voleva dire solitudine. Dopo abbiamo dovuto spiegare il valore dell'oggetto che avevamo portato e io ho raccontato quanto sono importanti i miei animaletti di peluche.

GIORGIA
Quando è arrivato il mio turno e dovevo emettere il suono, mi sono imbarazzata e non riuscivo a emettere niente; ma con un po' di coraggio ho eseguito un suono decrescente. Esso rappresenta il distacco che c'è tra me e le persone; io vorrei togliere questa distanza per sentirmi più coinvolta nei giochi e nelle giornate scolastiche.

FRANCESCA
Una volta che tutti i miei compagni hanno finito di fare il loro suono, Chiara mi ha chiesto di raccontare perché quella foto scatenava in me quella emozione forte . Io non sapevo cosa fare; però anche se mi sono imbarazzata è stato un momento piacevole perché è bello esprimere le proprie emozioni. In quel momento magari non mi sono divertita tanto ma in realtà ho provato tante emozioni indescrivibili. Io ho portato una foto mia e dei miei genitori.

LUCA
Per me è stato un po' imbarazzante cercare di fare un suono per esprimere la felicità. Secondo me il laboratorio è stato brutto perché le emozioni sono espresse veramente quando sono vissute con spontaneità e non quando ci viene chiesto di riviverle.

DAVIDE
io ho portato una moto giocattolo perché è una delle cose che mi emoziona di più, sia in televisione sia quando salgo sulla mia moto vera. È stato emozionante per me vedere gli oggetti di due miei compagni: Nicolò che ha portato una foto dei suoi nove cuccioli, con Emma la loro mamma quando li allattava, era una foto bellissima! Mi ha emozionato anche quella di Luca.

MATTIA
Io ho portato un gessetto e la mia emozione era rabbia. L’ oggetto rappresentava la scuola dove mi arrabbiavo con le bambine della seconda che facevano le "sapientone". Chiara ci ha chiesto di esprimere le nostre emozioni con un suono. Quando è toccato a me ero un po' incerto ma ci sono riuscito benissimo la prima volta che ci ho provato.

MARTINA
Io ho portato il body di ginnastica, perché io quando faccio il saggio ho paura di sbagliare davanti a tutta quella gente.

 

Esprimere emozioni con il Mandala
 

 

Gli stili emotivi dei personaggi
 

Le persone provano reazioni emotigene differenti di fronte a stimoli identici. Infatti, ogni situazione può essere interpretata in modi diversi, e fermarsi a riflettere sui significati personali che si attribuiscono agli eventi ha notevoli vantaggi ai fini dell'autocontrollo emozionale. Sul piano didattico abbiamo dunque riflettuto sulle diverse personalità dei protagonisti della storia per far comprendere agli alunni questo meccanismo e per aiutarli a riflettere sulle proprie reazioni agli aspetti emotigeni, spezzando il legame stimolo-risposta in cui il bambino pensa di essere non proagonista nella risposta, ma vittima di una causa.

 

A scuola di emozioni

 

 

La storia di Mazengo e le diversità sociali

Parlano i bambini:

CHIARA

La maestra Paola ci ha letto un libro che parla di un bambino africano di nome Mazengo che ha quattro fratellini e tre sorelle una è morta che non aveva neanche un anno. La mamma alla sera prepara da mangiare per tutti anche se di cibo ce n'è poco. Noi invece di cibo ne abbiamo tanto : ad ogni pasto mangiamo il primo, il secondo e il dolce. La casa di Mazengo è una capanna fatta di paglia e fango, povera e senza comodità. Noi invece abitiamo in case comode e con tutte le comodità che vogliamo. La scuola di Mazengo ha un grande giardino dove coltivano . In classe avevano dei banchi di legno e due lavagne. La mia scuola invece è più grande della sua: ha due cortili e ha tanti accessori. Mazengo è un bambino povero e va aiutato da noi che siamo fortunati perché abbiamo molto della vita.

DAVIDE
Quando mangiano stanno tutti stretti attorno al fuoco che è fatto con delle pietre attorno e in mezzo dei bastoncini. Io se dovessi vivere così non ci riuscirei neanche per un mese. Ad un certo punto Mazengo si è preso una malattia che si chiamava broncopolmonite solo che l'ospedale era così lontano che non sapevano se riuscivano ad arrivare in tempo,comunque si sono incamminati. Avrebbero potuto andare anche con il pullman solo che la mamma non aveva i soldi. Ci hanno messo tantissimo tempo per raggiungere l'ospedale e quando sono arrivati lui stava malissimo. Dopo qualche giorno il bimbo è guarito. Quando sono ritornati a casa Mazengo era felice. Questa storia è bella però è anche molto difficile vivere nelle sue condizioni.

ELMER
Mazengo vive in una casa, o meglio dovrei dire “capanna”, fatta di fango e con il tetto di paglia mentre altra gente può vivere in una lussuosissima casa da 5 stelle. Anche l’ambiente dove vive non è ottimale, anche se l’aria è purissima, c’è la mancanza di igiene. Rispetto a noi che ci possiamo lavare tutti i giorni loro si devono lavare nel fiume e non sanno se si laveranno perché magari manca l’acqua. Questa “mancanza di igiene” a Mazengo ha fatto venire la broncopolmonite e per questo ha dovuto andare all’ospedale che dista 30 km, mentre noi ce l’abbiamo a 1,5 km massimo, questo non mi sembra giusto. fra la mia vita e quella di Mazengo non c'è paragone. Questa lettura mi ha fatto capire cosa significa essere poveri, ma anche com’è facile vivere nell’agiatezza.

GIORGIA
Questa storia mi ha fatto riflettere sulla mia vita e sulla sua. Alla mattina io mi sveglio in un letto morbido e riscaldato e indosso il mio pigiama bello imbottito. Invece lui si sveglia su una stuoia al freddo e indossa abiti miseri. Lui non mangerà una dolce fetta di torta al cioccolato e una ciotola di latte caldo; ma un semplice frutto. Mazengo vive in una piccola capanna di legno e fango secco e io una villa con un gran giardino e una confortevole casetta. Io e lui siamo molto diversi perché se io sto male vengo portata immediatamente all'ospedale invece lui quando ha preso la polmonite ha fatto molti chilometri per arrivare all'ospedale dei medici per l'Africa. Io penso che l'Africa che è stata sfruttata e conquistata per molti secoli adesso non sa autogovernarsi. Quindi l' Italia non dovrebbe inviare soldi ma persone che istruiscano gli abitanti e insegnino loro a leggere e a scrivere ecc. Io ho cercato di dar l' idea della sfortuna di Mazengo nel vivere così scomodamente e di me che sono fortunata e che ho tutto ciò che mi serve a portata di mano.

MATTIA
Questa lettura mi ha fatto riflettere molto su quanto la nostra vita sia diversa dalla sua. La sua famiglia è molto numerosa perché anche da piccoli si inizia a lavorare i campi e più sono, più' lavorano per produrre cibo e oggetti da vendere al mercato. Le famiglie dell'Europa invece sono composte da pochi bambini perché i genitori lavorano. La sua casa è fatta di fango e il tetto di paglia. Casa mia e quella dei miei compagni è bella solida fatta di cemento e tegole d'argilla. Noi per spostarci usiamo la macchina ed è naturale questo fatto mentre loro fanno chilometri a piedi giornalmente . L'ambiente in cui vive Mazengo è per lo più arido e secco, quindi non adatto all'agricoltura mentre il nostro è umido e molto adatto all' agricoltura . Le malattie in Africa vengono quasi sempre curate da uno stregone imbranato mentre noi abbiamo l'imbarazzo della scelta tra i medicinali e un sacco di medici specializzati. In conclusione ho capito che noi viviamo nelle comodità e nelle agiatezze mentre loro vivono nelle scomodità, nelle malattie e nonostante questo si sentono fortunati

NICOLÒ
A confronto le nostre famiglie sono venti volte più fortunate delle loro perché loro fanno molti più bambini per farli lavorare nei campi,invece noi ne facciamo di meno perché non abbiamo bisogno di tante braccia che lavorano . Noi abbiamo le industrie che ci trasformano le materie prime in prodotto finito. Secondo me se noi andiamo nelle loro case non riusciremmo a stare neanche un giorno perché noi siamo abituati a vivere nel lusso. Il loro ambiente è molto arido perché c'é quasi sempre l'estate con la stagione delle piogge. Noi siamo molto più fortunati di loro perché nell'Italia non fa sempre caldo come in Africa. La salute non è molto buona perché rispettano pochissimo l'igiene e quindi è molto facile prendere le malattie , infatti Mazengo si è preso una broncopolmonite. Noi , in confronto a loro, viviamo nel lusso! . Per loro , la nostra vita , è un sogno.

 

La Costituzione e le diversità sociali
 

I precedenti percorsi ci hanno insegnato che ciascuno di noi è caratterizzato da un proprio stile emotivo, unico e personale, e il lavoro da fare su noi stessi non è tanto di eliminare i nostri difetti, quanto di imparare ad accettarli e assumere comportamenti il più possibile flessibili. E' l'accettazione di noi stessi che porta all'accettazione dell'altro.
La nostra Costituzione è ispirata ad alti principi di uguaglianza e democrazia, per questo ne abbiamo stimolato la conoscenza, con particolare attenzione al tema della diversità, intesa come diritto irrinunciabile: pari dignità hanno le religioni, le varie origini geografiche e, in sostanza, tutte le caratteristiche che rendono unici gli individui.

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